Stile di pensiero - Una forma di condizionamento sociale
“Il conoscere è l’attività dell’uomo sottoposta al massimo condizionamento sociale e la conoscenza è la struttura sociale per eccellenza” (Fleck 1983, p. 101)
Uno dei trend più longevi che continua fino ai nostri giorni è quello dell’aumento della temperatura globale[1]. Solo recentemente però questo tema ha iniziato ad essere centrale nelle nostre vite, nelle agende politiche e dei media. I dati che testimoniano l’aumento della temperatura globale sono sempre stati a nostra disposizione, ma solo ora destano preoccupazione. Pochi anni fa gli stessi dati non suscitavano il medesimo effetto.
Certo, i motivi che possono spiegare questa “nuova rilevanza” del tema possono essere molteplici. Le pratiche attraverso cui attribuiamo significato attingono da diverse fonti, ad esempio dalle rappresentazioni dei media, dunque da criteri di notiziabilità e da processi di framing; ma anche dai significati di senso comune e dalle informazioni che ci scambiamo tra familiari, amici e conoscenti. In altre parole, il valore dei dati e la possibilità di fare affermazioni di verità dipendono dal contesto sociale.
Questo aspetto era stato colto già un secolo fa dal microbiologo e medico Ludwik Fleck. Nel 1935 esce a Basilea Il microbiologo tedesco studia l’evoluzione storica del concetto di sifilide e si interroga su come un evento possa diventare un fatto scientifico. Traccia il percorso storico di questo concetto prima confuso con la varicella, poi come malattia che punisce la libidine e accostato all’idea popolare del sangue sifilitico. Mette in luce il fatto che le prime teorie e risposte prodotte per spiegare tale evento erano di stampo astrologico-religioso. Ora questo tipo di risposte non hanno più alcuna rilevanza, ma per quell’epoca erano normali. Quelle teorie, sostiene Fleck, funzionavano perché erano in linea con lo stile di pensiero di quell’epoca. Per Fleck lo stile di pensiero è un:
“modo orientato di percepire, con la relativa elaborazione concettuale e fattuale dell’oggetto di tale percepire (...). Lo stile di pensiero è caratterizzato da una serie di contrassegni comuni ai problemi che interessano un collettivo di pensiero, ai giudizi che esso considera evidenti, ai metodi che esso applica come strumenti conoscitivi” (Fleck 1983, p. 175)
La nostra percezione della realtà, il nostro modo di guardare un evento o un fatto sono filtrati e orientati dallo stile di pensiero dominante e le nostre teorie sulla realtà sono spesso coerenti con quello stile. Lo stile di pensiero media il rapporto tra soggetto e oggetto che produce la conoscenza. Non si tratta di un rapporto diretto perché i fatti e le osservazioni sono sempre “carichi di teoria”.
Le affermazioni di verità prodotte dagli scienziati non sono semplicemente osservazioni basate sui fatti, ma originano da un particolare sguardo sulla realtà che caratterizza la produzione, l’analisi, l’interpretazione e la manipolazione dei dati, sguardo che – come abbiamo detto – può essere fortemente influenzato dallo stile di pensiero dominante
Lo stile di pensiero funge, quindi, da “sfondo” per ogni epoca e prescrive le condizioni di possibilità di una convenzione scientifica, le quali, sostiene Fleck, dipendono da un “vincolo stilistico”:
“Esiste infatti un vincolo stilistico tra tutti i concetti di un’epoca (o almeno fra molti di questi concetti) e un vincolo che si fonda sulla loro influenza reciproca. Per questa ragione si può parlare di uno stile di pensiero, stile che determina lo stile di ogni concetto” (Cit., p. 59)
Lo stile di pensiero non attiene solo alla comunità scientifica – a differenza del paradigma di Kuhn – ma è qualcosa di più generale, ha bisogno di una comunità che vi si riconosca e che di conseguenza, lo supporti e lo difenda.
Questo è ciò che Fleck chiama “collettivo di pensiero” ovvero “il supporto comunitario dello stile di pensiero” (Cit., p. 181). Quest’ultimo è una realtà emergente che trascende l’individuo ed “esercita una costrizione incondizionata sul suo pensiero” (Cit., p. 100). Questo “supporto comunitario” rappresenta un insieme di persone, organizzato in cerchie sociali, che condivide uno stile di pensiero. Ogni individuo, infatti, appartiene a più cerchie sociali – famiglia, colleghi, studenti, ma anche cerchie più vaste come lo stato. Però, secondo Fleck, rispetto ad un contenuto di conoscenza possiamo distinguere due cerchie: una chiamata cerchia esoterica che corrisponde al gruppo di esperti nello stesso ambito scientifico, e una cerchia essoterica che corrisponde alla più vasta cerchia sociale che sta attorno:
“Un collettivo di pensiero consiste in molte di queste cerchie che si incrociano, un individuo appartiene a molte cerchie essoteriche e invece a poche - e in qualche caso neanche a una - cerchie esoteriche. Esiste una gerarchia dei gradi di iniziazione ed esistono molti legami tra i vari gradi e le diverse cerchie. La cerchia essoterica non ha alcun rapporto immediato con il prodotto del pensiero di cui sopra, ma vi si ricollega solo in forza della mediazione di quella esoterica” (pp. 184-185)
Tra la cerchia essoterica, quella esoterica e lo stile di pensiero c’è una relazione di interdipendenza: il rapporto tra la cerchia essoterica e lo stile di pensiero è mediato dalla cerchia esoterica e si fonda sulla fiducia; ma allo stesso tempo la cerchia esoterica dipende dall’opinione del pubblico (cerchia essoterica). Proporre una spiegazione della sifilide basata su una punizione divina o astrologica dipendeva anche dal fatto che quel tipo di spiegazione, essendo in linea con l’opinione pubblica, risultava comprensibile. In altre parole, nella cerchia essoterica si forma una weltanschauung che retroagisce sull’esperto e produce l’origine sociale dello stile di pensiero e dei fatti scientifici.
Ciò che determina la conoscenza scientifica o il valore dei dati, come nel caso dell’aumento delle temperature globali, è un sistema sociale determinato dall’unione di uno stile di pensiero con il collettivo di pensiero. Il passaggio da un qualunque concetto ad uno nuovo o l’attribuzione di “nuova rilevanza” ad un evento, non sono mai solo logico bensì anche storico-sociali. Nel momento in cui questo sistema si solidifica, ogni prova contraria tende ad essere respinta, si ignora l’anomalia per concentrarsi solo su prove a favore, valutando il fatto contraddittorio come un errore.
Quindi, il rapporto di cambiamento proposto da Fleck è prettamente sociologico: la condivisione di più cerchie sociali da parte degli individui genera una maggiore permeabilità tra le varie cerchie e questa, a sua volta, permette la stabilizzazione di uno stile.
In questo senso i fatti scientifici diventano una “relazione tra concetti che è conforme allo stile di pensiero” (Cit., p. 154) e non delle semplici entità autonome. Lo stile di pensiero è, perciò, l’elemento che organizza la produzione della conoscenza ritenuta valida e fornisce i parametri di ciò che è fedele alla natura: “nelle scienze della natura, proprio come nell’arte e nella vita, essere fedeli alla natura vuol dire essere fedeli alla cultura” (Cit., p. 92).
In questo senso ogni rivendicazione di oggettivismo da parte della filosofia della scienza perde di significato perché, secondo Fleck, l’oggettività è data solo in riferimento ad uno stile di pensiero. Le convenzioni scientifiche risentono sempre di un condizionamento storico-culturale, il pensiero è condizionato da variabili storiche, dallo stile di pensiero dominante, ma soprattutto dalla dimensione sociale: “almeno i tre quarti, se non tutto il contenuto della scienza è condizionato – e può essere spiegato – dalla storia del pensiero, dalla psicologia e dalla sociologia del pensiero” (Cit., p. 76).
Per concludere, il concetto proposto da Fleck mette in luce il carattere collettivo e sociale della conoscenza: produciamo teorie e vediamo la realtà oggettiva sulla base dello stile di pensiero in cui siamo immersi, definendo quali sono i problemi sui quali è necessario concentrarsi e ciò che non va preso in considerazione: “lo stile di pensiero diviene così un vincolo per gli individui, stabilisce ciò che non può essere pensato in modo diverso” (Cit., p. 176). Ignorare la dimensione sociale e collettiva della conoscenza scientifica, scrive Fleck: “è paragonabile al tentativo di esaminare una partita di calcio analizzando solo i calci al pallone dei singoli giocatori” (Fleck in Bucchi, 2010, p. 54).
NOTE
[1] Cfr. https://earthobservatory.nasa.gov/images/80167/long-term-global-warming-trend-continues
[2] Fu pubblicato in Svizzera perché Fleck era ebreo e gli editori tedeschi si rifiutarono di pubblicarlo. Paradossalmente basterebbe questo per mostrare come possibilità di fare affermazioni di verità dipende dal contesto sociale
BIBLIOGRAFIA
Bucchi M., Scienza e Società. Introduzione alla sociologia della scienza, 2010, Raffaello Cortina Editore, Milano.
Fleck L., Genesi e sviluppo di un fatto scientifico, 1983, Il Mulino, Bologna. Edizione originale 1935.
Apocalittici ed integrati - Due visioni sull'innovazione che possono coesistere
Qualche mese fa, parlando dell’A.I. Act – la nuova legislazione europea sull’intelligenza artificiale – abbiamo ricordato che: nel 45 a.C. Giulio Cesare promulgò una legge sulla circolazione dei carri nei centri abitati – dall’alba alla metà del pomeriggio[1], con l’obiettivo di snellire il traffico urbano, ridurre la sporcizia (sterco dei cavalli), l’odore e il rumore nelle strade durante il giorno (non è cambiato nulla, mi pare). Era una legge che regolava l’impatto della tecnica (i carri con le ruote cerchiate) sull’ambiente urbano. E che, nel 1865 in Gran Bretagna venne emesso il Red Flag Act[2] che impose alle autovetture (self-propelled vehicles, la tassonomia è importante: distingue dalle vetture a cavalli) di avere un equipaggio di almeno 3 persone, di non superare la velocità massima di 4 miglia orarie sulle strade fuori città e di 2 miglia orarie in città, di essere precedute a 60 yarde da un uomo a piedi con una bandiera rossa che ne segnali l’arrivo, regoli il passaggio di carrozze e cavalli e, infine, faccia fermare il veicolo a motore in caso di necessità.
Sono due esempi di come vengono accolte le innovazioni tecniche e tecnologiche. Interesse, entusiasmo, da parte degli integrati[1]; timore, opposizione, da parte degli apocalittici sono alcune delle reazioni che – storicamente – accompagnano la diffusione di novità, soprattutto tecniche e tecnologiche.
Nel 1872 Samuel Butler, in Erewhon, romanzo utopico-distopico, analizza la dicotomia tra entusiasmo e opposizione verso la tecnica delle macchine. Nei tre capitoli “il libro delle macchine” ecc. Butler riconosce che «Le macchine hanno determinato le condizioni di crescente abbondanza, agiatezza e sicurezza che consentono all’essere umano di coltivare il suo spirito, la sua cultura, il suo essere civilizzato; la loro influenza si manifesta sul corpo quanto sulla mente umana»(Robin Libero Carbonara, Il Dominio della Macchina: dagli scenari ipotetici di Erewhon alla realtà delle piattaforme digitali di The Circle, https://doi.org/10.6092/issn.2785-3233/19133) ma, nello stesso tempo «appare precocemente consapevole che alla lunga, man mano che la Macchina, divenendo più complessa, influenza maggiormente la vita dell’uomo, ne influenza in maniera determinante la coscienza e la percezione di Sé» (Cit.) in maniera perniciosa.
“Man’s very soul is due to the machines; it is a machine-made thing: he thinks as he thinks, and feels as he feels, through the work that machines have wrought upon him”
L’analisi lucida di Butler – che, in realtà, nasceva per rispecchiare e criticare la società vittoriana – indica, appunto, che le tecniche nuove, innovative, generano due grandi categorie di reazioni. Entusiasmo, in coloro che ne vedono soprattutto (o soltanto) le potenzialità positive e che, in termini molto generali, corrispondono con chi si identificano con l’istanza morale della necessità e bontà dello sviluppo e del progresso. Rifiuto o opposizione, recisa o più prudente, in quelli che vedono nelle innovazioni anche (o solo) i possibili effetti negativi, le lateralità, i rischi che possono annullarne la dimensione di beneficio.
Se, oggi, osserviamo le reazioni della stampa di ampia diffusione nei confronti delle tecnologie digitali emergenti, dai social alle applicazioni dei modelli di intelligenza artificiale, assistiamo ad un fenomeno che conferma la dicotomia anticipata da Butler: la maggior parte dei titoli aderisce ad una delle due visioni: positivi, entusiasti - integrati - o fortemente critici, oppositivi – gli apocalittici.
Questo anche all’interno delle medesime testate, una volta in tono apocalittico, un’altra in tono di tipo integrato. Sono emblematici alcuni titoli della Rai:
- I rischi dell'intelligenza artificiale, coinvolte centomila aziende sardo. L'impatto "incontrollato" secondo un report di Confartigianato (TGR Sardegna, 15/06/2023)
- Da intelligenza artificiale sei rischi per il 2019 (Rai News.it, 13/01/2019)
- Disegnare e sognare ciò che sarà: non c'è nulla di più umano ma questa installazione l'ha creta l'IA (Rai News.it, 14/03/2025)
- "Obiettivo è semplificare la vita degli italiani nella Pubblica Amministrazione" L'Intelligenza Artificiale al centro della riunione ministeriale del G7 a guida italiana focalizzato su digitale e tecnologia. (Rai News.it, 15/10/2024)
Ora, questo genere di narrazione così polarizzata può essere analizzato ricorrendo ad un suggerimento dello storico Paul Veyne (“I greci hanno creduto ai loro miti?” (Il Mulino, 2014) a proposito dei greci antichi: in una stessa società[2] possono coesistere diversi regimi o programmi di verità. I greci antichi credevano nella mitologia olimpica che ha origine in Esiodo e amplificata e normata da Omero, perché era una sorta di habitus irrinunciabile. Ma, nello stesso tempo, la criticavano, ne riconoscevano la dimensione letteraria più che reale.
Veyne fa due esempi illuminanti: quello del perigeta Pausania che in 5 ponderosi libri racconta i miti locali – altari e sacrifici, dei ctoni e celesti ed eroi - delle principali regioni della grecia antica (verificare i titoli), aderendo alla narrazione mitologica e – a volte – riconducendo fatti della tradizione (che per i greci ha l’autorevolezza della storia documentata) alla dimensione mitologica. Nello stesso tempo, lo stesso Pausania prende le distanze da queste narrazioni e ammette che – con buona probabilità – sono un sacco di fandonie.
Due programmi di verità coesistenti, uno che corrisponde al lavoro di geografo e di narratore, l’altro alla personalità analitica e razionale dello stesso soggetto.
Il secondo esempio, che evidenzia come due diversi programmi di verità possono coesistere in una stessa persona, adattandosi a diverse esigenze, è quello del medico e farmacista Galeno. Galeno, di fronte alla tradizione medica che indica nella bile di centauro il rimedio per mitigare l’apoplessia ne denuncia l’assurdità, perché “nessuno ha mai davvero visto un centauro”. Galeno, in questo caso singolare non aderisce alla verità del mito. Tuttavia, Galeno è un maestro, ha una scuola di medicina e di farmacia, e di quella vive; per attirare studenti e adepti non esita a contraddire la propria critica del mito e riconduce il sapere della sua scuola all’insegnamento degli déi Apollo e Asclepio, suoi maestri!
Ecco, questa è la condizioni in cui molti di noi versano quando parlano di innovazione e – in particolare – di Intelligenza Artificiale: una condizioni di coesistenza di due diversi atteggiamenti, che possono essere ricondotti a due programmi di verità o epistemici, uno di apprezzamento, a volte entusiasmo, nei confronti delle funzionalità della tecnologia che ci semplificano la vita, e uno di perplessità o addirittura di rifiuto, generato dalla cognizione dei rischi e delle lateralità delle stesse funzionalità.
Nonostante l’apparenza schizofrenica, questo dibattito che vige all’interno della “nostra” società e – spesso – di noi come individui, è un dibattito sano, positivo, che stimola ad interrogarsi – da un lato – sulla dimensione morale delle tecnologie, su sviluppo “buono” e da distruttivo, su libertà di azione e su regolazione etica istituzionale; stto un altro punto di vista, invece, questo dibattito ha la funzione di stimolo ad interrogarsi sull’ontologia degli oggetti tecnologici e sulla linea di demarcazione tra ciò che è umano e ciò che non lo è, facendo delle ipotesi e delle scoperte teoretiche interessanti e a volte sconcertanti.
Di questo ne parleremo ancora.
NOTE
[1] Umberto Eco definì gli intellettuali (e si riferiva, in particolare ad Adorno e Zolla) fortemente critico e nei confronti della moderna cultura di massa, e “integrati” coloro che ne hanno una visione ingenuamente ottimistica; la definizione è diventata uno schema comune di rifermento per i due approcci opposti nei confronti del contemporaneo. (Apocalittici e integrati, Bompiani, 1964)
[2] Intesa come gruppo sociale e periodo storico
Le sfide della scienza post-normale - Dalla teoria alle pratiche di ricerca
Cosa significa fare e condividere ricerca scientifica, quando ci si trova di fronte a situazioni in cui i problemi sono complessi, richiedono decisioni che riguardano la vita di molte persone ma per le quali il livello di incertezza scientifico è molto alto? È la domanda che si fa spesso chi opera in contesti di crisi ambientale o sanitaria e in condizioni che incarnano le caratteristiche della scienza post-normale (PNS): fatti incerti, valori in conflitto, alta posta in gioco e la necessità di decisioni urgenti.
RICERCA E COMUNICAZIONE DELLA SCIENZA IN CONTESTI POST-NORMALI
Alcune risposte a questa domanda si trovano in un volume collettivo (L’Astorina, A. & Mangia, C. (eds). (2022). Scienza, politica e società: l’approccio post-normale in teoria e nelle pratiche. SCIENZIATI IN AFFANNO? (Vol. 1): pp.296. Cnr Edizioni. https://doi.org/10.26324/SIA1.PNS) che raccoglie alcune esperienze di ricerca collaborativa nel contesto italiano ma in ambiti scientifici, sociali e culturali diversi, in cui la PNS si incrocia con altri approcci epistemologici ed esistenziali, dentro e fuori l’accademia, che si rifanno in maniera più o meno diretta ai suoi principi. Le esperienze esplorano il lessico della PNS nel suo farsi azione: la scomodità dei nuovi ruoli di chi fa ricerca in questi contesti, la costruzione di comunità estese di pari, l’intreccio inscindibile tra fatti e valori, il difficile equilibrio tra i tempi della partecipazione e l’urgenza delle decisioni; le sfide educative e politiche in una democrazia in cambiamento.
In questo blog vogliamo condividere alcune riflessioni maturate nella costruzione di questo volume, raccontare le sfide e le opportunità per chi voglia passare dal contesto teorico delineato dalla PNS alle esperienze pratiche, consapevoli che non esiste una ricetta unica per ogni caso. Il passaggio dalla teoria alla pratica richiede ogni volta un’indagine critica del contesto, degli obiettivi, dei vincoli e dalle poste in gioco.
PARTECIPAZIONE E CO-CREAZIONE IN TERRITORI POST-NORMALI IN ITALIA
In Italia, molte emergenze ambientali e sanitarie possono essere definite “post-normali” e coinvolgono territori profondamente segnati da attività industriali ad alto impatto, che ne hanno trasformato la storia e compromesso il futuro. Qui, comunità di cittadini, associazioni, movimenti si ribellano agli insulti subiti dai loro territori e cercano di immaginare un destino diverso, collaborando con ricercatori e amministrazioni locali per costruire nuove alleanze e proporre una diversa narrazione dei fatti. Nascono così esperienze ibride, in cui ciascun attore ridefinisce i propri ruoli in una dialettica che non è mai semplice ma di certo più democratica, come viene descritto in alcuni degli esempi tratti dalla raccolta e che presentiamo di seguito.
EPIDEMIOLOGIA PARTECIPATA A MANFREDONIA
Un esempio emblematico di ricerca partecipata è quello raccontato da Cristina Mangia, Annibale Biggeri e Bruna De Marchi a Manfredonia, in Puglia. La cittadina ha vissuto a lungo le conseguenze della presenza di un grande impianto petrolchimico, con incidenti industriali e una diffusa sfiducia nelle istituzioni. Qui, un progetto di epidemiologia partecipata ha coinvolto attivamente la comunità locale in tutte le fasi dell’indagine: dalle domande di ricerca alla raccolta e analisi dei dati, fino all’interpretazione degli scenari. Questo approccio ha ricostruito la fiducia, ridato voce ai cittadini e migliorato la qualità scientifica della ricerca, arricchendola di conoscenze territoriali.
CITIZEN SCIENCE NELLA TERRA DEI FUOCHI E LUNGO IL TEVERE
Un altro esempio importante è quello di Laura Greco e Maura Peca (Associazione A Sud, Centro Documentazione Conflitti Ambientali (CDCA)), che raccontano esperienze di citizen science nella Terra dei Fuochi, a Colleferro e lungo il Tevere e l’Aniene, dove libere associazioni di cittadini utilizzano strumenti scientifici per ottenere giustizia ambientale e contrastare l’avvelenamento di aria, suolo e acqua. La citizen science è un termine usato per indicare un’attività di collaborazione alla ricerca da parte di cittadini che non abbiano necessariamente una formazione scientifica, ma nelle sue varie declinazioni pratiche il grado di coinvolgimento e il ruolo dato ai “non esperti” può essere diverso tanto quanto i suoi esiti. Decidere insieme la domanda di ricerca, come è il caso presentato dalle due autrici, rafforza la relazione tra cittadini e scienziati, mentre limitarne il ruolo alla sola raccolta dati riduce l’impatto politico delle azioni. Quando le comunità sono coinvolte in tutte le fasi del processo, diventano protagoniste consapevoli della produzione di conoscenza e comunicazione scientifica. Questo approccio valorizza le loro competenze e la loro familiarità con l’incertezza, contribuendo a una lettura più articolata e completa della realtà.
PROGRAMMAZIONE TERRITORIALE PARTECIPATA IN SICILIA
Giuseppina Carrà, Gabriella Vindigni, Clara Monaco, Giulia Maesano e Iuri Peri raccontano l’esperienza di programmazione partecipata lungo la costa jonica della Sicilia, nel settore della pesca. Qui è stato avviato un processo che, con l’ausilio di figure esperte in facilitazione, ha integrato strumenti di analisi multicriteri con tecniche di mappatura deliberativa. I piccoli pescatori e altri portatori di interesse hanno partecipato attivamente alla definizione dei problemi, alla valutazione dei modelli scientifici e alla scelta delle soluzioni. Questa metodologia ha favorito l’apprendimento collettivo e la legittimazione delle decisioni, permettendo lo sviluppo di strategie condivise per la diversificazione delle attività economiche della zona.
GESTIONE PARTECIPATA DEI RISCHI E DEI DISASTRI
Bruna De Marchi e Scira Menoni approfondiscono due casi di studio sulla gestione partecipata dei rischi e dei disastri. Sottolineano l’importanza di integrare conoscenze scientifiche e saperi pratici, e di comunicare non solo il rischio, ma anche le modalità di gestione e risposta, coinvolgendo tutti gli attori sociali, dalle istituzioni ai cittadini. Entrambe le esperienze mostrano che la conoscenza non si trasmette semplicemente, ma si costruisce in modo partecipato attraverso un processo sociale. Le autrici incoraggiano il dialogo tra discipline diverse e l’integrazione di competenze professionali e non, mantenendo sempre il rigore analitico.
LA PNS: UNA NUOVA POSTURA DELLA RICERCA
Dalle esperienze descritte emerge un messaggio chiaro: la PNS richiede una ridefinizione dei ruoli e delle pratiche di ricerca. Il ricercatore non è più l’esperto che detiene la verità, ma un facilitatore di processi partecipativi, un mediatore tra conoscenze diverse. La comunità locale non è più un semplice “oggetto” di studio, ma un soggetto attivo nel co-produrre conoscenza e soluzioni. La partecipazione non è solo un valore etico o democratico, ma una strategia per migliorare la qualità e la rilevanza della ricerca scientifica.
CONCLUSIONI
Le pratiche di ricerca e comunicazione che si ispirano alla PNS mostrano come sia possibile costruire alleanze inedite tra scienza, politica e società, anche nei contesti più difficili. Da Manfredonia alla Sicilia, dai fiumi Tevere e Aniene, dai musei alle università si sono sperimentate modalità nuove di produrre conoscenza, prendendo decisioni collettive, inclusive e informate. Non esistono soluzioni semplici né modelli predefiniti, ma percorsi che richiedono capacità di ascolto, apertura al dialogo, e il coraggio di mettere in discussione i propri ruoli e certezze. La PNS non promette risposte facili, ma offre alcuni strumenti per affrontare la complessità del nostro tempo.